Antonio Di Stefano martedì, 15 maggio 2012

“L’inflazione ad aprile si conferma al 3,3%. Un dato già di per sé gravissimo, ma che appare ancora più allarmante alla luce della crescita dei prezzi relativi al cosiddetto carrello della spesa, al livello record del +4,7%”.
Così in una nota Federconsumatori, secondo cui “un andamento che, come denunciamo da tempo, è del tutto ingiustificato, soprattutto per quanto riguarda il comparto alimentare: i prezzi agricoli sono infatti diminuiti del -2,3% su base annua, secondo quanto rilevato dall’Ismea. Mentre i prezzi alla produzione diminuiscono, quindi, quelli al consumo aumentano”.
A registrare i maggiori aumenti sono “soprattutto i carburanti. Questi elementi forniscono la prova certa delle pesanti e intollerabili speculazioni in atto sui prezzi”, spiegano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, per i quali l’andamento è destinato a “peggiorare: con l’inflazione a questo livello, infatti, gli aggravi per le famiglie solo per prezzi e tariffe, esclusi quindi gli aumenti incredibili della tassazione, tra cui Imu, Iva, addizionali regionali e comunali etc., saranno di oltre 1.334 euro annui, di cui oltre 221 solo nel settore alimentare”.
Secondo gli esponenti di Federconsumatori, bisogna “annullando categoricamente qualsiasi ipotesi di aumento ulteriore della tassazione; avviare maggiori controlli sulle filiere per contrastare speculazioni sui prezzi; calmierare la tassazione sui carburanti anche attraverso il meccanismo dell’accisa mobile ed eliminando immediatamente l’attuale sovrapprezzo; portando avanti con determinazione misure di rilancio dell’economia, attraverso investimenti per lo sviluppo tecnologico e la ricerca”.
Antonio Di Stefano mercoledì, 9 maggio 2012

Circa 35 milioni di diabetici in Europa, oltre 3 milioni in Italia, altri 42 milioni di persone nell’anticamera della malattia, la ridotta tolleranza al glucosio, uno stato di pre-diabete. Potenzialmente una “bomba a orologeria” che può essere disinnescata modificando gli stili di vita.
Sono alcuni dei dati diffusi dall’International Diabetes Federation (Idf) definiti “preoccupanti” dagli esperti, allarmati anche dalla carica di bambini sovrappeso o obesi – circa 15 milioni – ad altissimo rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Sulla malattia che sfida il Vecchio Continente, da Copenhagen arriva una “roadmap” con proposte e raccomandazioni, messa a punto all’European Diabetes Leadership Forum, promosso dall’Ocse, con il patronato della presidenza danese del Consiglio dell’Unione europea e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.
Nella sua stesura definitiva la carta sarà pubblicata il 4 giugno, ma le sue linee principali sono state anticipate a Milano, nel corso di un incontro organizzato dall’Italian Diabetes Barometer Observatory. “Prevenzione, diagnosi precoce e miglioramento delle cure e dell’assistenza sono i 3 capisaldi sui quali si basa la strategia individuata dai partecipanti – medici, rappresentanti delle associazioni pazienti, politici, istituzioni europee e dei Paesi membri dell’Ue – a questo summit continentale”, spiega Marco Comaschi, diabetologo, membro della Commissione ministeriale per il piano nazionale diabete.
E’ colpito dalla malattia il 5,8% della popolazione continentale.
Ma “uno dei dati più preoccupanti è il numero di persone che si trovano in condizione di ridotta tolleranza al glucosio (Igt, impaired glucose tolerance)” aggiunge Antonio Nicolucci, coordinatore Data analysis board dell’Italian Barometer Diabetes Observatory. “È un importante fattore di rischio che presuppone un’evoluzione verso la malattia, ma che fortunatamente è ancora reversibile; è possibile tornare indietro modificando il proprio stile di vita”, spiega Comaschi. “Sempre secondo l’Idf – prosegue Nicolucci – le persone che soffrono di Igt aumentano al ritmo di circa 350 mila unità l’anno. Inoltre, l’Europa invecchia. Ciò significa che il diabete peserà sempre di più sui sistemi sanitari”.
Antonio Di Stefano martedì, 8 maggio 2012

Il livello record dei prezzi dei carburanti fa svuotare il carrello della spesa che evidenzia un calo del 2 per cento degli acquisti dei prodotti alimentari in quantità nel primo trimestre.
È quanto stima la Coldiretti nel sottolineare che le quotazioni della benzina spingono l’inflazione e frenano la ripresa in un Paese dove l’88 per cento dei trasporti commerciali avviene per strada.
A subire gli effetti dell’aumento dei costi energetici è – sottolinea la Coldiretti – l’intero sistema agroalimentare, produzione, trasformazione e distribuzione, dove si stima che i costi di trasporto e della logistica siano circa un terzo del totale.
Per effetto della riduzione del potere di acquisto le famiglie italiane – conclude la Coldiretti – hanno tagliato anche le spese alimentari che già lo scorso anno si erano ridotte dell’1,3 per cento con meno carne bovina -0,1%, pasta -0,2%, carne di maiale e salumi -0,8%, ortofrutta -1% e addirittura meno latte fresco -2,2%.
Il prezzo della benzina ha scavalcato abbondantemente anche quello di un chilo di arance, di un chilo di pasta o di un litro di latte fresco ed oggi una famiglia italiana spende mediamente di più – conclude la Coldiretti – per i combustibili, energia elettrica e trasporti che per gli alimentari e le bevande.
Antonio Di Stefano lunedì, 30 aprile 2012

Peggiora la salute degli italiani, che si trova ora più che mai sotto il fuoco incrociato della crisi economica. E sebbene gli effetti di questa congiuntura negativa si rendano manifesti con una certa latenza di tempo, salta già agli occhi come gli italiani, pressati dallerestrizioni finanziarie, comincino a risparmiare su azioni preventive di base quali una sana alimentazione e lo sport. Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventano un lusso per pochi. Per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate al giorno: 4,8% contro 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008. È il quadro che emerge dalla nona edizione del Rapporto Osservasalute, 2011.
Il report, un’approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni italiane, è stato presentato a Roma all’Università Cattolica.
Pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma e coordinato da Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia, il rapporto è frutto del lavoro di 175 esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio italiano, che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali.
Gli italiani, dunque, se costretti a fare economia, tagliano dove possono e cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all’incertezza; sempre più spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro e a tener testa a tutti gli impegni sempre più stringenti. Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi: l’uso di questi medicinali è cresciuto di oltre quattro volte in una decade, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010, come effetto anche di un disagio diffuso dilagante, scatenato dalle difficoltà socio-economiche.
Antonio Di Stefano martedì, 3 aprile 2012

Come si pagherà l’Imu? Il nodo sulla modalità di pagamento della nuova tassa che reintroduce la vecchia Ici e la cui prima rata va pagata il prossimo 18 giugno, è stato evidenziato nei giorni scorsi dai Caf, i centri che aiutano i contribuenti a compilare ledichiarazioni, che in una lettera al sottosegretario all’Economia Ceriani, hanno espresso “preoccupazione e disagio”.
L’incertezza sulla nuova tassa si è creata dopo che proprio nel decreto fiscale era stato fissato un nuovo termine, il 30 settembre per la deliberazione delle aliquote.
La difficoltà lamentata dai Caf si riferisce alla prossima scadenza per la presentazione del 730, precedente a quella per l’Imu: molti lavoratori e pensionati che si fanno assistere sono soliti includere nella stessa occasione la dichiarazione dei redditi e il versamento dell’Ici, che da quest’anno è diventata Imu e a differenza degli anni scorsi riguarda anche l’abitazione principale.
Il timore è che gli interessati, in assenza di elementi certi in materia di imposta sugli immobili, debbano ripresentarsi una seconda volta proprio nel momento di massimo impegno per il Caf, con conseguenti file e disagi.
Secondo una delle soluzioni possibili prospettate dalla Consulta dei Caf e scelta dal Governo, i cittadini verserebbero la rata di acconto, fissata al 50 per cento del dovuto, sulla base delle aliquote scelte dall’esecutivo con il decreto salva-Italia: 4 per mille sull’abitazione principale, 7,6 per mille sugli altri immobili. In entrambi i casi l’aliquota verrebbe applicata sulla rendita catastale rivalutata con un moltiplicatore pari a 160 (invece che il 100 dell’Ici).
Nel caso dell’abitazione principale spetta però una detrazione di 200 euro, aumentata di 50 per ciascun figlio.
I Comuni nel frattempo decideranno se incrementare le due aliquote, stabilendo eventualmente nel caso di quella generale anche una diversa gradazione per gli immobili affittati e quelli tenuti a disposizione sfitti. L’incremento per il cittadino inciderà sul pagamento di dicembre.
Antonio Di Stefano martedì, 27 marzo 2012

Le famiglie di oggi tendono ad offrire ai propri figli, dove possibile, le migliori possibilità, specialmente sul fronte dell’istruzione, che rappresenta una voce importante nel bilancio familiare.
Alle spese per libri e retta universitaria si aggiungano i gadget tecnologici, i vestiti, le vacanze, ed ecco che si arriva a un costo, per il mantenimento di un figlio dalla nascita all’università, stimabile in circa 300mila euro.
A stendere il conto è il settimanale “Amica”, che ha deciso di confrontare la spesa delle famiglie italiane per i figli oggi con quel che accadeva nel 1965.
Allora il settimanale aveva condotto un’inchiesta da cui risultava che per mantenere un figlio servivano 20 milioni di lire, l’equivalente, si scriveva: “di una villa in campagna, una ventina di automobili, uno yacht”.
Erano gli anni del boom economico, quando un corredino da neonato costava circa 40 mila lire, equivalente a 396 euro odierni. Secondo la stima di Francesco Daveri, docente dell’Università degli Studi di Parma e dell’Università Bocconi, infatti “1.000 lire di allora corrispondono a 9,90 euro di oggi, con una perdita del potere di acquisto di quasi il 50%”.
Oggi invece crescere un figlio in Italia costa in media 300 mila euro, più o meno quanto un piccolo appartamento in una grande città, e incide per il 35% sulla spesa familiare.
Sulla contabilità familiare pesano soprattutto i costi di istruzione e sono in aumento le spese per le nuove tecnologie, dal cellulare al computer, mentre per abbigliamento e giochi si punta molto sul riciclo.
La baby-sitter o l’asilo nido privato sono spesso inevitabili, visto che, come ricordano i dati Istat, solo nel 30% dei comuni italiani sono presenti strutture pubbliche.
Inevitabile quindi risparmiare con non poche rinunce per i genitori, dagli svaghi alle vacanze, fino alle opportunità professionali e di studio all’estero. Si cerca poi di educare i ragazzi al senso di responsabilità e a uno stile di vita meno consumistico, anche se “non è facile”.
Antonio Di Stefano martedì, 20 marzo 2012

Si chiama Imu, imposta municipale unica, ed la nuova tassa sugli immobili che da quest`anno sostituisce l`Ici e che investe nuovamente dopo 4 anni anche la prima casa. Ma su una base imponibile molto più alta. Con effetti allarmanti.
COME FUNZIONA
Saranno i Comuni a deciderne l’aliquota. Ma quegli stessi enti locali non prenderanno un solo centesimo in più rispetto a quanto incassavano con la vecchia Ici: tutta l’eventuale differenza in più va allo Stato. Si ritorna a pagare sulla prima casa; e ci sono aumenti per tutti gli altri che non hanno mai smesso di versare. In particolare, i più penalizzati saranno i negozi: il rincaro sfiora il 76 per cento.
Il decreto ‘Salva Italia’ reintroduce l’imposizione sulla prima casa al 4 per mille e fissa il resto al 7,6 per mille. Quello che cambia è la base imponibile. Prima l’aliquota si calcolava sulla rendita catastale rivalutata del 5% e moltiplicata per un fattore diverso a seconda dell’immobile. Ora tutti quei moltiplicatori sono aumentati: passano a 160 per gli appartamenti (era 100), a 140 per laboratori (era 100 anche questo), 80 per uffici (50 il precedente), 60 per i capannoni (da 50) e 55 per i negozi (partiva da 34).
Antonio Di Stefano martedì, 13 marzo 2012

La giunta regionale del Lazio ha approvato la delibera che prevede la programmazione delle risorse assegnate dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per la formazione delle lavoratrici e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.
“Con questo provvedimento – ha commentato la governatrice Renata Polverini – mettiamo adisposizione oltre 5 milioni e mezzo di euro per sostenere la qualità del lavoro nelle imprese della nostra Regione e favorire percorsi di formazione mirati alle esigenze delle lavoratrici.
Tra gli interventi finanziabili abbiamo previsto l’accrescimento formativo delle neo-mamme, il sostegno all’attivazione di contratti part-time, la riqualificazione del personale, progetti specifici per i lavoratori con particolari esigenze familiari, flessibilità interna delle imprese, voucher formativi per prolungare i congedi parentali”.
“A breve – ha aggiunto l’assessore regionale al Lavoro e Formazione, Mariella Zezza – sarà pubblicato l’avviso con il quale daremo alle imprese e ai singoli lavoratori la possibilità di presentare questi progetti. Prosegue il nostro impegno a sostegno delle donne della nostra Regione, con misure concrete a favore della qualità della vita delle lavoratrici e dei loro familiari”.
Antonio Di Stefano martedì, 6 marzo 2012

Immaginate che una colata di cemento di milioni e milioni di metri quadri si riversi all’improvviso sull’Italia.
Impossibile che passi inosservata.
Passa invece inosservata di anno in anno la presenza delle tante unità immobiliari – si parla di milioni, appunto – che l’Agenzia del Territorio definisce “immobili fantasma”, ovvero mai dichiarate.
Un furtocolossale ai danni dell’erario, che l’Agenzia è riuscita tuttavia, negli ultimi anni, a contrastare con crescente efficacia. Sono 1.081.698 le unità immobiliari urbane nascoste al fisco per anni, che l’Agenzia è riuscita a far emergere tra il 2007 e il 2001.
Il dato viene fuori dal consuntivo dell’attività di regolarizzazione dei fabbricati mai dichiarati al catasto aggiornato al 31 dicembre 2011.
Ad aver aggirato abilmente la regolarizzazione sono abitazioni, magazzini, autorimesse, fabbricati mai dichiarati a cui l’Agenzia ha attribuito una rendita (definitiva o presunta) pari a 817,39 milioni di euro.
Secondo il Dipartimento delle Finanze l’individuazione di questi immobili determina un maggiore gettito quantificabile, ai fini Imu, in circa 356 milioni di euro; ai fini dell’imposta sui redditi (Irpef e cosiddetta «cedolare secca») in circa 110 milioni di euro e ai fini dell’imposta di registro sui canoni di locazione pari a circa 6 milioni. Il tutto, secondo le stime del dipartimento delle Finanze, determina un gettito complessivo, erariale e locale, pari a circa 472 milioni di euro.
Antonio Di Stefano martedì, 28 febbraio 2012

L’Italia conquista un poco invidiabile primato nell’eurozona: quello dei salari fra i più bassi di tutti. A rivelarlo è l’Eurostat, secondo i cui dati un lavoratore dipendente in media guadagna in Italia la metà che in Germania. Ma alla leggerezza della busta paga noncorrisponde un costo del lavoro basso, e dunque competitivo. Tutt’altro. Abbiamo “salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato -spiega la ministra del Lavoro, Elsa Fornero commentando i dati europei – Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività”. Secondo l’ultimo rapporto Labour market Statistics, in cui Eurostat riporta l’elenco delle paghe lorde medie annue dei Paesi dell’Unione europea, in riferimento a dati del 2009 l’Italia occupa il dodicesimo posto nell’area euro, piazzandosi dopo Irlanda, Grecia, Spagna e Cipro. Il valore dello stipendio annuo per un lavoratore di un’azienda dell’industria o dei servizi (con almeno 10 dipendenti) è pari a 23.406 euro, ovvero la metà di quanto si guadagna in Lussemburgo (48.914), Olanda (44.412) o Germania (41.100). Insomma anche guardando ai cosiddetti Pigs, l’Italia riesce a superare solo il Portogallo (17.129). L’avanzamento per l’Italia, inoltre, risulta tra i più ridotti: in quattro anni (dal 2005) il rialzo è stato del 3,3%, molto distante dal +29,4% della Spagna, dal +22% del Portogallo. E anche i Paesi che partivano da livelli già alti hanno messo a segno rialzi rilevanti: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%) e Francia (+10,0%) e Germania (+6,2%). La differenza di retribuzioni tra uomini e donne supera di poco il 5%, ampiamente sotto della media europea, pari al 17%. Ma a determinare un dato apparentemente positivo sono fattori tutt’altro che incoraggianti: a ridurre le differenze di stipendio in Italia contribuiscono fenomeni come il basso tasso di occupazione femminile e lo scarso ricorso (a confronto con il resto d’Europa) al part time. Sempre commentando i dati Eurostat, la ministra Fornero si è detta “fiduciosa” sulla possibilità di un’ampia intesa sulla riforma del mercato del lavoro e sull’articolo 18, ma mette in guardia le parti sociali: “Il tema va affrontato in maniera laica, senza levate di scudi”. E alla vigilia dell’incontro di giovedì incontrerà il premier Mario Monti.